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L’art.9 della Legge. n. 376/ 2000, prevede le seguenti sanzioni penali per il reato di doping:

1.Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l'utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all'articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull'uso di tali farmaci o sostanze.

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La pena di cui al comma 1 si applica, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a chi adotta o si sottopone alle pratiche mediche ricomprese nelle classi previste all'articolo 2, comma 1, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero dirette a modificare i risultati dei controlli sul ricorso a tali pratiche.

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La pena di cui ai commi 1 e 2 è aumentata: a) se dal fatto deriva un danno per la salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne; c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un'associazione o di un ente riconosciuti dal CONI. Vengono poi previste le seguenti pene accessorie:

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Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l'interdizione temporanea dall'esercizio della professione.

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Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l'interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

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Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all'articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni.

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In verità, disposizioni penali sul doping erano presenti già negli art. 3 e 4 della L. 26 ottobre 1971 n. 1099, disposizioni tuttavia, che – in quanto contemplanti esclusivamente sanzioni pecuniarie, multa o ammenda – erano state oggetto, come già indicato, di depenalizzazione ai sensi dell’art. 2, comma 1 della L. 689/81 (modifiche al sistema penale) e quindi in concreto, solo reintrodotte con la L. 376/2000 all’ art. 9.

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Dunque, all’art. 9, comma 1, il legislatore punisce con la reclusione da tre mesi a tre anni e la multa da 5 a 100 milioni, coloro che procurano ad altri, somministrano, assumono o favoriscono comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive “al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero siano diretti a modificare i risultati sull’uso di tali farmaci o sostanze”.

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In ordine all’elemento psicologico, dunque, la norma richiede, perché si configuri il reato, il dolo specifico ossia l’intenzione dell’agente di alterare artificiosamente il risultato della gara ovvero occultare, in occasione dei controlli, la pratica illecita; specificamente, il giudice dovrà verificare sia la coscienza e volontà di assumere, procurare o somministrare i farmaci vietati, sia l’ulteriore intenzione di alterare le prestazioni agonistiche.

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Un primo problema che si pone, con questa costruzione della fattispecie penale, è che viene circoscritto l’ambito di applicazione della normativa alle sole gare agonistiche, escludendo tutte quelle condotte di procacciamento, favoreggiamento o assunzione di sostanze dopanti che avvengano al di fuori di tale contesto.

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Non è, dunque, chiaramente delimitata l’area dell’illecito, lasciando così spazio a varie interpretazioni; la più attendibile è quella secondo cui la ratio della legge imporrebbe di delimitare la rilevanza penale alle pratiche di doping realizzate in occasione di gare sportive ufficiali, organizzate da federazioni ed altri enti riconosciuti, seguendo, insomma, la ratio della L. n. 401/89.

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Sul piano oggettivo, le diverse condotte del soggetto agente devono avere ad oggetto farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive “ricompresi nelle classi previste dall’art. 2 comma 1” della L. 376/2000.

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Problemi interpretativi e contrasti giurisprudenziali sono sorti immediatamente dopo l’entrata in vigore della “Legge antidoping” a cagione della individuazione dei farmaci e sostanze dopanti.

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